Imprenditore di te stesso

Una cosa da non diventare
| Anna Olmo |

Quante volte abbiamo sentito questa frase? E sempre in senso positivo, come espressione di libertà, occasione di crescita. Ma fermiamoci un attimo ad analizzarne il significato.

L’Accademia della Crusca definisce così:

Imprenditore, deriva dal verbo imprendere mediante l’aggiunta di -tore, un suffisso derivativo che identifica l’argomento esterno (agente) del verbo. I nomi con suffisso -tore hanno una semantica definita agentivo-strumentale e designano persone o oggetti che svolgono una certa attività.

Nel diritto italiano l’imprenditore viene definito dall’articolo 2082 del Codice Civile:

"chi esercita professionalmente un'attività economica organizzata al fine della produzione o dello scambio di beni o di servizi"

Ne consegue che “imprenditore di te stesso” significa “fai di te lo strumento della tua impresa”.
In buona sostanza tu sei un oggetto, una merce.

Oggi viviamo in quella che Han definisce “società della prestazione”, ovvero uno stile di connessioni che considera la persona responsabile di ciò che è, vestendola di una (apparente) totale libertà che la rende appunto schiava della prestazione. Se non raggiungi un obiettivo il problema sei tu.
Tutto è possibile, quindi se non riesci a fare qualcosa la colpa è tua.

Per la prima volta nella storia titolare e dipendente coincidono, imprenditore e lavoratore sono la stessa cosa.

"Chi fallisce, invece di mettere in dubbio la società o il sistema, ritiene se stesso responsabile e si vergogna del fallimento. In ciò consiste la speciale intelligenza del regime neoliberale: non lascia emergere alcuna resistenza al sistema. (…) L’aggressività si rivolge, invece, contro noi stessi: quest’aggressività indirizzata contro se stessi non rende gli sfruttati dei rivoluzionari, bensì dei soggetti repressi.”

In fin dei conti la depressione e il burnout non sono che le logiche conseguenze di questa “implosione” in noi stessi: non potendo uscire dal meccanismo, ci rendiamo incapaci di agire, annullandoci.

Non vogliamo sostenere di non essere parte attiva del nostro futuro, o di evitare qualsiasi attività imprenditoriale, tutt’altro! Semplicemente vogliamo suggerire una maggior presa di coscienza verso il pensiero dominante, uno sguardo più critico su affermazioni che si danno spesso per ovvie, buone e giuste senza chiedersi il motivo o le conseguenze.

Byung-Chul Han “La società della stanchezza – nuova edizione”
2020 – Nottetempo

Byung-Chul Han “Psicopolitica”
2016 – Nottetempo


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